Come creare moda sostenibile


Moda e sostenibilità: il futuro è nei fashion brand di nicchia

By ida papandrea

Gia prima del lockdown, i grandi marchi di moda guidati da multinazionali si sono dovuti interfacciare con un cambiamento della società che rischiava, se non di far crollare con un colpo secco, quantomeno di rendere cigolanti alcune delle colonne portanti che hanno fino a questo momento guidato le loro produzioni. 


Moda e sostenibilità: i problemi del fashion system

Se, durante l’era del boom economico, il motto era stato “grandi produzioni al minimo del costi, per il massimo dei guadagni”, negli ultimissimi tempi questo metodo produttivo ha mostrato le sue falle: inquinamento atmosferico e del pianeta, in primis.
Il fast fashion ha un impatto ambientale gravissimo, se si pensa al consumo di acqua, all’emissione di gas e prodotti chimici tossici utilizzati dalle grandi industrie di abbigliamento di moda - per non parlare di quanto possano costare, sempre in termini di impatto ambientale, il fatto che catene produttive e di distribuzione si trovino praticamente ai poli opposti del globo.
Parliamo, ovviamente, di un numero impressionante di capi che si trovano ad occupare volumi considerevoli, viaggiando da un paese all’altro con emissioni di CO2 non trascurabili. 

Moda e sostenibilità: massificare la produzione e minimizzare i costi

Last but not least, c’è da prendere in considerazione l’aspetto sociale: massificare la produzione minimizzando i costi, si traduce nello spostare le fabbriche di moda, dove producono capi di abbigliamento e accessiru di moda e di lusso, nei paesi più poveri, con operai che lavorano in condizioni spesso al limite e ovviamente sottopagati.
Negli ultimi anni, complici una presa di coscienze verso una situazione ambientale del pianeta sempre più critica e i riflettori dei media puntati su questa e su personaggi come Greta Thunberg che ne sono diventati portavoce, le industrie si sono trovate a dover dare delle spiegazioni a colori stessi che, queste industrie di moda, le tengono in vita.
La mancanza di eticità ambientale e sociale del fast fashion è balzata agli onori di cronaca, criticata e stroncata aspramente soprattutto dalle ultime generazioni - che in molti casi, se non rappresentano già la fetta più ampia di consumatori (succede, per esempio, a brand di moda “giovani” dedicati ad abbigliamento streetwear e capi e accessori sportswear), danno comunque del filo da torcere alle aziende, che vedono a rischio quelli che, di fatto, saranno poi i consumatori del futuro.

Moda e sostenibilità: new consumers a tutela dell’ambiente

Quegli stessi “new consumers” che sono stati pronti, per primi, a scendere in piazza e protestare contro un sistema produttivo considerato anti etico e ormai anacronistico.
Se tutto questo succedeva “prima”, il Covid19 non ha fatto che rimarcare le falle di quello che è ormai un sistema moda che fa acqua da tutte le parti e non è assolutamente perseguibile, oggi.
Il blocco delle aziende e la chiusura dei negozi di abbigliamento e accessori di moda a livello globale, se da un lato ha regalato all’ambiente un momento di respiro, dall’altro si è tradotta con milioni di capi di abbigliamento finiti direttamente in inceneritore e altrettanti operai che hanno dovuto affrontare da un giorno all’altro la perdita di un “lavoro” che garantiva loro quanto meno il sostentamento.
Non solo: non tutte le grandi aziende di moda, che hanno assistito improvvisamente a un crollo di guadagni assurdo, se ne si fa un paragone in percentuale, sono state in grado di fronteggiare il disastro e di garantire stipendi e benefits ai loro dipendenti. Insomma, il sistema della moda intesa come fast fashion, ha mostrato tutta la sua caducità.


Moda e sostenibilità alla ricerca di un modello di business etico

È il momento di una rinascita, è sicuramente il momento di reinventarsi: uno dei punti chiave di questo processo sarà dimostrare che si può creare un modello di business di un’azienda di moda che sia allo stesso tempo etico dal punto di vista sociale e che tenga in considerazione il rispetto per l’ambiente.
E questo momento, che ci si creda o no, non è mai stato così a favore delle piccole imprese di moda e dei fashion brand indipendenti.
Per tutta una serie di motivi. Anzitutto, rinnovare il proprio sistema produttivo, tenendo conto dell’impatto ambientale, sarà molto più facile per le piccole imprese di moda, che, in scala, avranno dei costi più contenuti e più facilmente ammortizzabili, grazie anche a incentivi statali che ne promuovono lo sviluppo.
Più in generale, avviare un’impresa indipendente nel settore fashion adesso, sarà certamente più vantaggioso e più facile, rispetto a dover rivedere da zero un sistema produttivo già presente.
Controllare la filiera di produzione e renderne conto al consumatore finale, è più immediato per una piccola azienda: molte volte, una multinazionale è invece una realtà “opaca”, dove è difficile anche avere conoscenza di tutti i compartimenti produttivi.
Meno produzione, meno emissioni di gas e sostanze pericolose per l’ambiente. Inoltre, un sistema di produzione quasi “a conduzione familiare” si traduce in un ambiente protetto e stimolante anche per i dipendenti, che si ritrovano non a lavorare per un Signor Nessuno, ma a condividerne i valori e le idee.
Maggiori tutele e condizioni di lavoro favorevoli, si traducono in maggiore produttività. Produrre meno in termini meramente numerici, ma al massimo del rispetto verso l’ambiente e la società. In un mondo che sta ormai andando versa questa direzione, il consumatore finale accetta di spendere un po’ di più, per un capo originale, prodotto con valori etici, nel rispetto. Che sia questa, la parola chiave del fashion 2021?

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